La zucchina

È un frutto. E lo mangiamo immaturo. Eppure ci piace. È un frutto che mangiamo immaturo considerandolo un ortaggio, che sembra acquoso ma può essere molto gustoso, e che ha un extra coloratissimo e con una storia gastronomica altrettanto nobile: il suo fiore. Che personaggio buffo, questa zucchina. E non per i doppi sensi facili (lasciamoli perdere) né per la parentela con la zucca, evidente ma vissuta con un certo distacco: cambiano colore, forma, stagione e perfino carattere. Arriva dal Nuovo Mondo come molte “squash”, ma qui in Italia le abbiamo cambiato destino: la cogliamo prima, piccola e tesa, quando i semi sono appena un’idea. In quella precocità c’è tutta la sua essenza, il colpo di teatro: croccantezza gentile, dolcezza verde, il fiore ancora attaccato come una medaglia.

A proposito: a Roma il fiore è una piccola tragedia comica che finisce sempre bene. Si prende al mattino, si tiene all’ombra come un uccellino, si pulisce senza spezzarlo, lo si fa involucro di alici e provatura, lo si battezza laicamente con un’abluzione nella pastella. Dopo lo spettacolo diventa velocità e dettagli: olio che sfrigola, odore che si allarga, crosticina che si colora. È uno street food che viene da friggitorie e vicoli, una tradizione popolare (anche giudaico-romana) che danza sulla fragilità: il fiore va toccato poco e mangiato subito. Il risultato è pastoso, salato, avvolgente. E pure instagrammabile, che al tempo dei social non guasta mai. 

Un paio di universi social più in là, c’è il mercato di Albenga di prima mattina. Sbadigli, mani callose e poche chiacchiere, e probabilmente una buona metà di chi sta lì nemmeno sa cosa è TikTok. Ma c’è un rito, comunque. Le cassette colme di curve color pistacchio: la trombetta di Albenga. Lunga, sinuosa, quasi senza semi se colta giovane. La freschezza si conta in minuti, che nemmeno al mercato del pesce di Milano. Il venditore dice “stanotte”, o “alle cinque”: pelle tesa, curva elastica, scricchiola sotto il coltello. In Riviera la chiamano per nome sui menu: quando una varietà è davvero speciale, diventa marca. Non serve gridare: basta dire Albenga.

Intanto, i supermercati anglosassoni hanno messo in vaschetta una trovata che all’inizio pareva una punizione fitness e invece era un’idea di forma: gli zoodles. Banco ortofrutta e IV gamma, vaschette di spaghetti verdi già spiralizzati, forchette che avvolgono, ricette da 10 minuti stampate sul retro. Funziona perché vende tempo e formato: la zucchina smette di fingersi pasta healthy e diventa base neutra per pesti gentili e sughi leggeri. Quelli bravi, quelli che hanno letto “La caffettiera del masochista” (o almeno dicono di averlo letto), parlerebbero di UX, user experience: taglio riconoscibile, cottura breve, resa fotografica, facile e immediata. Il “verde” smette di essere moralismo, torna a essere gioco. 

Giocosa e innovativa sono state anche diverse campagne di Esselunga. La zucchina che cambia volto e sorprende, la zucchina con personalità: il richiamo a un personaggio, un difetto che diventa immaginazione, un dettaglio che la rende unica o la rende altro. In fondo la zucchina, anche quando fa la protagonista, resta un’attrice di sottrazione: chiede poco (un segno di griglia, un filo d’olio, sale giusto) e restituisce sapore. E se devi raccontarla in vetrina, le regole sono le stesse della cucina: tempo (raccolta giovane, fiore vivo), nome quando il nome vale (Albenga non è un aggettivo), delicatezza anche nel tono.

E però, in tutto questo verde speranza, c’è anche una storia senza lieto fine. Un grande, clamoroso epic fail. C’era una volta, in quel di Brindisi, un ristorante dal nome perfetto: Piovono Zucchine. Nome felice, cucina vegetariana ben raccontata, sala piena, feed lucido: verde, fresco, ironico. Una sera d’ottobre, l’idea di legare la cena di Halloween alla solidarietà per il terremoto diventa un post sbagliato: tono fuori fuoco, grafica infelice, tempismo peggiore. Internet fa quello che sa fare: amplifica. I commenti si accendono, i media locali riprendono, nascono meme e parodie; ogni risposta difensiva aggiunge benzina. Quello che doveva essere un gesto “giusto” diventa errore madornale e, a cascata, mancata gestione della crisi: niente scuse limpide, nessun cambio di tono, nessuna strategia per abbassare i toni e tornare al piatto e alla causa. La storia finisce male (il ristorante chiuderà), ma lascia un appunto inciso: quando prometti delicatezza nel nome e a tavola, non puoi rispondere a volume alto. Nelle crisi il dosaggio è tutto: ascoltare, scusarsi, correggere, tornare alla cucina. Il resto è rumore. 

E la zucchina lo sa bene: è uno strumento nella grande sinfonia dell’orto, un segno minuto ma importante, una virgola verde che – messa al punto giusto – cambia la frase.

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