Mega party in piscina, belle ragazze ovunque. Musica, luci e costumi californiani. Tutto esagerato. Rocco in vestaglia rossa si gira, si toglie gli occhiali da sole e ammicca: “Io di patatine ne ho prese tante”. E via così di doppi sensi. Primi anni Duemila, Amica Chips decide di giocare appena appena con le allusioni. Rocco è Rocco Siffredi, star mondiale del porno, divo italiano conosciuto in tutto il mondo. Talmente eccessivo da essere divertente e memorabile: un grande successo. E grandi polemiche, ovviamente.
E pensare che questo tubero, arrivato da lontanissimo, non nasce affatto pop. La patata è figlia delle Ande, cibo quotidiano per gli Inca, un “tesoro sotterraneo” che viaggia nelle stive verso l’Europa del Cinquecento come curiosità botanica. Per decenni i nostri antenati la guardano con sospetto: pianta della notte, fiori belli da mettere in giardino. Ma di quei grossi tuberi, esattamente, cosa ce ne facciamo? In Francia, a fine Settecento, entra in scena Antoine-Augustin Parmentier, forse il più brillante pubblicitario agricolo della storia. Finisce in Prussia, prigioniero di guerra, e suo malgrado in quel periodo campa di patate. Allora capisce che c’è qualcosa di speciale nel tubero: calorie, resa, resistenza, facilità di coltivazione.
Tornato a casa, mette in campo una strategia che oggi chiameremmo influencer marketing. Organizza banchetti monografici (tutto a base di patata), porta mazzi di fiori di patata a corte, coinvolge scienziati, farmacisti, intellettuali. E poi il colpo di genio: campi sorvegliati di giorno dai soldati – per farli sembrare preziosi – e lasciati senza guardia di notte, così che i contadini possano “rubare” i tuberi, piantarli, farli circolare. Anno dopo anno, show dopo show, forse anche furto dopo furto, la patata smette di sembrare un trucco del diavolo e diventa risorsa. E in breve inizia a diffondersi: prima Francia e Germania, poi tutto il continente. Nel bene (nutrimento, resilienza) e nel male (monoculture fragili: la grande carestia irlandese lo ricorda), la patata cambia la cucina europea. In Italia, tanto per dire, permetterà di sopravvivere alla gente di montagna per generazioni, insieme alla castagna.
In Italia la famiglia è vastissima, e non poteva essere altrimenti. Ci sono polpose gialle da forno e arrosti, bianche più farinose per purè e gnocchi, rosse che tengono la cottura, violette che fanno spettacolo. Accanto alle grandi filiere DOP e IGP convivono decine di varietà locali. Tra queste, senza monopolizzare la scena, merita un cameo la Quarantina: ligure di montagna (il nome ne identifica la precocità, il ciclo colturale più breve e quindi più adatto al clima), buccia sottile e polpa chiara, nata per la cucina quotidiana, salvata da comunità di agricoltori che hanno rimesso in circolo semi e saperi. Sta bene nelle minestre, negli gnocchi, nelle torte salate: è il tipo di patata che racconta un entroterra più di molte brochure.
A proposito: come si racconta un prodotto così diffuso, così comune? Cosa ci può essere di nuovo, di sorprendente, di attraente? Selenella lavora da anni su filiera, naturalità, benessere: spot puliti, famiglie sorridenti, sportivi che mordono la vita (e le patate). Funziona perché rassicura, ma rischia il déjà-vu: un’iconografia “standard” del mangiar sano e soprattutto un’immagine molto stereotipata dell’agricoltura, forse ormai un po’ datata. Scelta diversa, ma altrettanto scivolosa, quella di giocare su uno stile cartone animato. Lo ha fatto Patate Ruggiero, uno dei principali produttori italiani: patate “fumettose” che vanno a scuola o in gita, personaggi teneri e un po’ goffi, linguaggio da quaderno a righe. È il trucco più semplice del mondo – dare un volto al tubero – ma apre una porta: parli ai bambini, fai sorridere i grandi, rendi memorabile lo scaffale.
Oppure nel trash: operazione sul filo del rasoio, quella di Amica Chips con Rocco Siffredi. Un bagno di pop culture, girato come un videoclip. Il doppio senso è dichiarato, talmente evidente da diventare grottesco e quindi divertente, il tono è ludico, Rocco sa prendersi in giro. Risultato: brand recall stellare, articoli, polemiche, imitazioni. Quella cosa là, tanto agognata: viralità. È la prova che la patatina (e la patata, per traslato) abita da sempre quel confine ambiguo tra cibo e metafora: basta un poco di ironia e la pillola va giù.
Per non restare solo nel perimetro Italia, un salto in Olanda racconta bene il presente. Lì McDonald’s ha trasformato una delle icone più conosciute al mondo – le patatine – in esperienza sensoriale pura: cartelloni che profumano di fries. Non servono claim, non serve il logo enorme, i cartelloni sono anonimi ma nascondono patatine, riscaldamento e ventilazione: è l’odore a chiamarti. Una via di mezzo tra memoria d’infanzia e riflesso pavloviano. L’oggetto più semplice – una patatina – diventa segnale nell’aria. Marketing olfattivo (una nuova frontiera?), ma anche una dichiarazione di fiducia nel potere del simbolo: quando riconosci un profumo, il resto è superfluo.
Quanta strada, alla fine, per questa umile patata. Partita dalle Ande come oggetto misterioso, è diventata una pop star: comfort food, cibo per il mondo, profumo nell’aria, metafora conosciuta da tutti. Come direbbe Rocco: non si può stare senza.







