Il cavolo

I tuoi, o quegli amari, tanto per fare due esempi: i cavoli sono un’ottima parola-paracadute, da usare per sostituirne una un po’ più ruvida (e ormai fin troppo sdoganata). Li usiamo e li mangiamo da secoli, talmente presenti da infilarsi nei modi di dire: “cavoli a merenda” (ciò che è fuori luogo, e lo stereotipo del cavolo poco appetitoso), “salvare capra e cavoli” — l’antico rompicapo del contadino, con lupo, capra e cavoli da traghettare senza disastri — e “nato sotto un cavolo”, il racconto bonario con cui in molte tradizioni europee si spiegava ai bambini l’arrivo alla vita, alternativa alla cicogna. Le storie che circondano quest’ultima espressione, diffuse soprattutto nell’Europa centrale, sono un piccolo compendio di antropologia pop. Il rompicapo, invece, è diventato il proverbio della strategia perfetta: si può salvare tutto, se si progetta bene l’attraversamento.

Dentro la parola “cavolo” sta una famiglia vastissima: Brassicaceae, parenti stretti tra loro ma diversissimi ai nostri occhi. A volte ne mangiamo l’infiorescenza compatta (cavolfiore, broccoli), altre il fusto ingrossato (cavolo rapa), altre ancora le foglie (verza, cappuccio, cavolo nero). È un caso scuola di selezione agricola: in millenni abbiamo spinto la stessa specie in direzioni opposte, privilegiando ora i boccioli, ora i gambi, ora le lamine fogliari. Anche per questo si parla spesso di “superfood”: fibre, vitamina C e K, composti solforati dal carattere forte. 

E poi ci sono i cavoli della biodiversità, quei piccoli giacimenti di varietà e sapore che rendono unico il patrimonio agricolo italiano. Tra questi, tutelato da Slow Food e (soprattutto) da una manciata di coltivatori resistenti, c’è il ravacò della Valbormida. È il cavolo navone (Brassica napus) coltivato tra Calizzano e i borghi vicini, una radice polposa e versatile che unisce note di rapa e cavolo con una sfumatura amara al palato. Probabile figlio di un incrocio naturale tra cavolo e rapa attestato dal Seicento in area nordica, è diventato, nelle stagioni dure, un alleato della sopravvivenza contadina. La coltivazione segue ancora tempi lenti: semenzaio a fine maggio, trapianto tra luglio e agosto, raccolta in autunno. Poi la parte più poetica (e intelligente): si conserva sottoterra, anche per mesi, coperto di foglie, in attesa di essere affettato, cotto o fritto a chips. 

Additato da tempo immemore come cibo triste e poco invitante, un giorno del 2022 il cavolo si è preso una discreta rivincita, ed è diventato fashion. Magie della Milano Fashion Week, ma anche un po’ del marketing. In quei giorni Esselunga lancia su Instagram una “Borsa del Cavolo” in edizione limitata. Verde verza (completa di nervature: un cavolo da sfilata), a tracolla, presentata con il concorso “Cavolo, che borsa!”. La dinamica è semplice e perfetta: pezzi pochissimi (99 in palio per il contest, più un’estrazione finale), community caldissima, tempo di riscatto fulmineo. Risultato: sold out in tre minuti, ondata di meme, articoli, desiderio. È la grammatica del drop applicata a un’icona “bassa”: si prende un simbolo domestico, lo si innalza a feticcio effimero e si misura la febbre della community. E il cavolo, zitto zitto, si prende il suo quarto d’ora di gloria. 

Se l’operazione Esselunga è un gioco di scala e ironia, negli anni Ottanta c’è stato un caso in cui il cavolo è diventato mitologia infantile. I Cabbage Patch Kids. Bambole “nate in un campo di cavoli”, scatenarono negli USA una corsa all’acquisto senza precedenti: nel 1983 si parlò addirittura di “riots” nei negozi (per quanto si faccia un po’ fatica a immaginare orde di mamme e figlioletti mentre devastano un toy store). Il colpo di genio non era la bambola, ma il rito: firmare un certificato, “adottare”. Trasformare l’acquisto in appartenenza, unico ogni giocattolo. Un fenomeno pop che ancora oggi si studia nei manuali di marketing natalizio: quando il racconto è forte, il prodotto diventa evento. 

In anni più recenti, anche il design ha fatto la sua parte per elevare il cavolo. Chi si ricorda delle Lettuce/Cabbage Slides di Rombaut? Sandali piscina verde lattuga (o “cavolo”), edizione limitata a poche decine di paia, confezionati come veri ortaggi (“thoroughly washed and ready to wear”), nati per dire con una risata che il brand è vegan e radicalmente sostenibile. Dal 2018 la citazione vegetale è entrata nei musei e nelle pagine moda, prova che anche un’idea “buffa” può fare cultura se parla di identità di marca e immaginario condiviso. Qui l’ortofrutta diventa manifesto: il cavolo come stile di vita. 

E allora chi è davvero, questo ortaggio buffo, verde e tondeggiante, con le foglie morbide? Spesso associato al “non piace ai bambini” (ma siamo sicuri? Molto spesso sono gli adulti a decidere in anticipo cosa a un bambino “piacerà”), bollato per anni come piatto dimesso, si rivela invece un compendio di storia, cultura e nutrimento. Sta nella lingua che usiamo per litigare o per riderci su, nei rompicapi che insegnano la logica, nei mercati e nelle cucine di città e di montagna. È anche un segno dei tempi: può diventare borsa virale, bambola da adottare, oggetto di design; e insieme restare quello che è sempre stato, una pianta generosa che ci accompagna dall’inverno in poi. Dopotutto, tra capra e cavoli, il trucco è saper progettare il passaggio: dare ai simboli la storia giusta, e alla storia gli ingredienti giusti. 

cavolo
cavolo su sfondo giallo
borsa con aspetto del cavolo
bambola cabbage patch kids
ciabatte Rombaut con aspetto del cavolo

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