Le Cola Wars e la pubblicità comparativa

C’è un evento che tutti gli addetti ai lavori del marketing aspettano sempre con trepidazione: il Super Bowl. Tutta l’America che segue l’evento, costi degli spazi pubblicitari alle stelle, terreno fertile per trovate nuove, idee geniali, grandi colpi. Così, l’ultima puntata delle Cola Wars non poteva che tornare su questo palcoscenico. Senza sfilata di star o promesse iperboliche. Ma con un dolcissimo orso polare.

Che vuol dire, naturalmente, dichiarare subito guerra. Perché l’orso polare è un pezzo di immaginario che il pubblico associa da decenni all’universo Coca-Cola (come il rosso o Babbo Natale, per capirci). Vedi l’orso e pensi “Ah, il nuovo spot della Coca Cola”. Poi però ti accorgi che l’orso è bendato, impegnato in un test d’assaggio alla cieca: davanti a lui ci sono Pepsi Zero Sugar e Coke Zero Sugar. L’orso assaggia, sceglie Pepsi. E non esulta. Si blocca. Come se avesse appena fatto qualcosa di proibito. Come se avesse tradito un’abitudine, o peggio: una parte di sé.

orso pubblicità pepsi vs coca cola

E così il racconto scivola nel meta-pop: l’orso finisce in terapia, con Taika Waititi nei panni di un terapeuta che lo guida attraverso una crisi esistenziale da spot contemporaneo, tra ironia, consapevolezza e la sensazione chiarissima che il vero campo di battaglia non sia “quale bibita è migliore”, ma “quanto siamo influenzati da ciò che crediamo di conoscere”. Pepsi lo dichiara apertamente: è un ritorno al Pepsi Challenge, alla logica del “prova senza etichette, poi ne riparliamo”.

Siamo Oltreoceano. E in quel gesto c’è già tutta la pubblicità comparativa, quando funziona: una forma di racconto, che gioca con l’ironia e sa colpire duro. Ma va detto che, da questa parte dell’oceano, le regole del gioco sono più strette. In Europa (e in Italia) la pubblicità comparativa è ammessa, ma deve restare corretta, non ingannevole, basata su elementi verificabili e senza scivolare nella denigrazione o nella confusione tra marchi. In pratica: si può confrontare, ma bisogna farlo con molta più disciplina, e con molta meno spettacolarizzazione dell’attacco.

E allora torniamo subito di là, che c’è da divertirsi. Pepsi e Coca-Cola sono un case study perfetto: nella loro rivalità la comparazione non è stata solo una sfida tra competitor. È stata una lotta per l’identità. Chi sei tu, quando l’altro è così grande da definire la categoria? Come racconti la tua differenza, senza sembrare l’ombra di qualcun altro? Il Pepsi Challenge del 1975 nasce proprio da qui: spostare la partita dall’aura del marchio al gesto più concreto che esista, l’assaggio. Ti metto davanti due bicchieri anonimi e ti chiedo di scegliere. È un trucco narrativo quasi perfetto: il consumatore si sente protagonista, la marca si traveste da arbitro, ed è il tipo di confronto più destabilizzante per chi guida il mercato. Perché se la competizione si sposta sul gusto, il leader rischia di sentirsi costretto a rispondere sullo stesso terreno, anche a costo di tradire ciò che lo rende tale. È una dinamica che, nella memoria collettiva del marketing, si collega spesso a uno dei momenti più strani e più istruttivi della storia di Coca-Cola: il periodo di New Coke, quando la pressione competitiva e la ricerca di migliorare mostrarono quanto sia pericoloso inseguire il confronto dimenticando l’identità.

Nella decennale battaglia senza esclusione di colpi, c’è uno spot che – secondo noi – ha fatto la storia. La scena è essenziale, quasi tenera nella sua semplicità. Un bambino arriva al distributore automatico. Vuole una Pepsi, ma il pulsante è troppo in alto. Guarda, pensa, poi fa quello che farebbe un bambino in un mondo fatto su misura per gli adulti: si arrangia. Compra due Coca-Cola. Le appoggia a terra, una accanto all’altra, e ci sale sopra come fossero due gradini improvvisati. Ora arriva al tasto di Pepsi. Lo preme. Compra finalmente la sua bibita. E se ne va, lasciando per terra le due Coca, intonse.

Non c’è insulto. Non c’è spiegazione. Non c’è la smania di dimostrare qualcosa a parole. C’è un gesto che contiene tutto. Coca-Cola è così grande e così presente da essere la prima cosa che ti viene naturale usare, perfino quando vuoi scegliere altro. È un riconoscimento implicito del peso del leader, quasi una riverenza. Ma nello stesso istante è anche un ribaltamento: anche se è onnipresente, non sei obbligato a comprare Coca. È la dimostrazione che, per arrivare a ciò che desideri, puoi usare la forza dell’altro come semplice supporto. È questo che rende quello spot una delle pubblicità comparative più belle di sempre: non cerca di vincere urlando. Vince facendo vedere. Il competitor non è ridicolizzato, è “messo al suo posto” con eleganza narrativa. Diventa un mezzo, non un fine. E lo spettatore capisce senza che nessuno glielo spieghi.

Mettendo vicini il bambino di ieri e l’orso polare di oggi, ci si accorge che raccontano la stessa storia, con codici diversi. Il bambino risolve un problema fisico: altezza, accesso, desiderio. L’orso risolve un problema psicologico: abitudine, immagine, identità. In entrambi i casi la comparazione passa per una scelta, non per la rissa. Tutto raccontando una storia, tutto con un’ironia leggera eppure efficace. La pubblicità di questi anni Venti è trasversale, narrativa, complessa, piena di sfumature. La comparativa segue questa logica: è un gioco culturale, una sfida di simboli, una storia che parla di come le storie influenzano ciò che crediamo vero.Ti mette davanti una scelta e ti fa capire quanto quella scelta sia meno neutra di quanto vorresti. E quando lo fa con leggerezza, con intelligenza e con un’immagine che non ti lascia, finisce per superare la categoria “spot” e diventare cultura.

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