L’aglio

Buono per cacciare streghe e vampiri, meno buono per coltivare le relazioni sociali (soprattutto quelle più intime). Perfetto per insaporire o creare piatti celeberrimi (a chi non piace uno spaghetto aglio, olio e peperoncino?), indigesto per molti (anche se consumarlo crudo sarebbe il massimo). Gira che ti rigira, resta sempre divisivo: quel mucchietto di spicchi bianchi non mette mai d’accordo.

Eppure di storia ne ha, eccome. Nasce in Siberia, ma si diffonde e si radica in tutto il Mediterraneo. Gli Egizi lo usavano già ai tempi delle piramidi: uno spicchio al giorno per gli schiavi, come tonico naturale per resistere alle fatiche. Lo cita Erodoto, lo si ritrova nel papiro Ebers (circa 1550 a.C.) come rimedio medicinale, lo si mette nelle tombe come offerta. Greci e Romani lo consideravano un cibo energizzante e popolare, poco adatto agli dei ma perfetto per soldati e contadini.

Nel Medioevo e nel Rinascimento diventa medicina universale: disinfettante, vermifugo, antisettico. Durante le guerre mondiali era impiegato per disinfettare le ferite. Sempre lui, sempre presente, sempre indispensabile.

Non a caso, intorno all’aglio sono fiorite leggende. Si appendeva contro il malocchio, si infilava negli stipiti per proteggersi dalle streghe, si brandiva come arma contro i vampiri. È curioso: lo stesso odore che può infastidire i commensali diventa il miglior deterrente per le presenze invisibili. Una magia popolare che attraversa i secoli, dal folklore rurale ai film horror.

Poi c’è la cucina, e qui l’aglio diventa definitivo. Senza di lui non avremmo pesto ligure, bagna cauda piemontese, aioli mediterraneo, spaghetti aglio e olio. Le varietà sono tante: bianco, rosso, nero fermentato. Il bianco quotidiano, il rosso legato a tipicità regionali (Sulmona in Abruzzo, Resia nelle Prealpi), il nero gourmet, dolce e balsamico, simbolo della nuova frontiera gastronomica, invenzione del nuovo millennio. In Liguria, l’aglio è quello di Vessalico: dolce, delicato, riconoscibile per le reste intrecciate che durano mesi, frutto della tenacia di pochi coltivatori che hanno salvato un prodotto fragile e prezioso. È memoria contadina che diventa identità territoriale.

Ma se l’aglio è divisivo a tavola, lo è anche nella comunicazione. Nel 2022, in Corea del Sud, uno spot finì nella bufera: Un personaggio-aglio (un enorme testa d’aglio indossata da un attore, trash come solo certe produzioni orientali sanno essere) trattato come un oggetto sessuale, con una fan (e qui, davvero, è difficile trovare una definizione) che si strusciava e lo accarezzava, con parole allusive e provocatorie. Reazioni indignate, polemiche sui media. Ma la vicenda ha anche rivelato un dato interessante: in Asia, l’aglio è amatissimo. In Corea, Giappone e Cina il consumo pro capite è tra i più alti al mondo. Viene usato ovunque, dai kimchi alle zuppe, dai condimenti agli snack.

In Corea esiste persino la “Garlic Road”, un itinerario turistico tra ristoranti e piantagioni, e naturalmente le “Garlic Girls”. In quale altro paese l’aglio poteva diventare mascotte sportiva? Già, le garlic girls non sono altro che le ragazze della squadra coreana di curling, diventate famose alle Olimpiadi invernali del 2018. Da lì in poi, il soprannome ha cominciato a girare, fino a diventare fenomeno pop: oggi le “garlic girls” sono anche – e soprattutto – le protagoniste di un trend virale su TikTok. Non si tratta di una squadra, ma di un esercito di cuoche, creator e appassionate che schiacciano, tritano e arrostiscono teste d’aglio intere davanti alla camera. Il gesto è ipnotico: le dita che sfogliano le tuniche, la pressione del coltello, il rumore sordo dello spicchio che cede.

È un piccolo ASMR culinario, un rito sensoriale che fa milioni di visualizzazioni. L’aglio diventa segno di personalità, bandiera di autenticità (“io l’aglio lo metto sempre doppio”), simbolo di resistenza contro le ricette tiepide e i sapori corretti. Il marketing, stavolta, è tutto nel gesto: nessuno spot, nessun testimonial da cachet stellare, ma un movimento spontaneo e virale, un’estetica visiva che profuma di casa, di eccesso, di identità.

L’aglio ha saputo trovare una sua strada anche oltreoceano. Chi lo ha portato in America? Ma certo, gli italiani! Immigrati arrivati a Gilroy, in California, con semi e tradizioni. Oggi la cittadina si autodefinisce la “capitale mondiale dell’aglio”, con un festival che celebra il bulbo in ogni forma possibile: dal gelato all’aglio alle collane souvenir. Una storia di integrazione e orgoglio, in cui un alimento da contadini diventa biglietto da visita internazionale.

Insomma, l’aglio è tutto fuorché banale. È legato a figure mostruose (i vampiri, le streghe, il pesto senza aglio) ma ha proprietà da medicina naturale; ha un odore per molti sgradevole ma in cucina può diventare malleabile e protagonista; è passato nel tempo – senza colpo ferire – da “doping” per gli atleti a disinfettante, da simbolo di sport a feticcio sexy sulla tv coreana. In fondo è tutto e il contrario di tutto: è un compendio di storia, cultura e nutrimento.
Divide, ma unisce. Disturba, ma cura. E soprattutto resiste: forte, pungente, inconfondibile.

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